Sindrome di stendhal e viaggi

A me la sindrome di Stendhal prende a sproposito e lontano dall’arte. O almeno mi colpisce all’improvviso davanti a ciò che non è considerato ufficialmente opera d’arte, ma forse lo è .

Mi succede in genere sulle navi. Quando parto o torno per un viaggio. Quando la commistione di umanità mi dà un senso di vertigine senza essere in aria. Quando il vento è forte sul ponte e il rumore del motore copre solo appena il ciabattare di bambini vicino e lo stridio un pó più lontano di qualche neonato. Le donne, alcune colorate, nell’abbigliamento, altre nere come la pece mi passano accanto, fra gli occhi che osservano di sbieco, arroganti, di mariti lontani dal mio mondo. Ma che nel mio mondo vengono attraverso il mio stesso mare. Uomini e bambini di una bellezza talvolta imbarazzante, perché inattesa. Che a me pare bestiale. L’odore del pudore si impossessa di me come un demonio, e mi copro per somigliare alle loro mogli che non vogliono essere guardate. Ho paura che mi odino un po’. E allora cerco su internet e apprendo che manco i piedi dovrei scoprire. Maledetta rete che ci avvicina e ci allontana.

E il vento mi fa scema, pure la birra a dire il vero, non dovrei berla. E manco fumare mi sa.

E c’è anche chi tante riflessioni mica le fa, vestita in giacchetta attillata e scarpe con tacco dodici floreali, incauta e incurante beve e fuma, truccata come Moira Orfei: non sembra temere nulla. Quasi non si accorge dell’abisso, fra lei e la famiglia dietro: tre bambini, madre della sua età forse, ma con meno denti, padre che potrebbe essere testimone di una campagna Versace, se abbandonasse i modi poco benevoli con cui sputazza pezzi di pizza mangiando, colpa di un educazione poco montessoriana. Bello è bello però, buono non so. E mi crollano le certezze.

Allora mi siedo con le spalle coperte, rivolte al muro, così controllo tutto. Sia mai che vogliamo tagliarmi la testa.

Ma in realtà non controllo niente, e la vertigine aumenta.

Perché quello che realmente mi atterrisce è la mia determinata presunzione di poter vivere tutti insieme, uguali e diversi, per citare una canzone, in questo mondo che del viaggio ha l’odore, i colori, la pulsione, l’intento, le aspettative, le delusioni,  lo sgomento … e potrei continuare all’infinito . Respiro forte il vento che sa di mare, come solo in barca succede. Un tizio tunisino si avvicina, la moglie intelata tre metri indietro e le bambine, tutte femmine, peggio per lui e per loro penso, giocano con un cucciolo di cane. Lui lo bacia, lo accarezza, sorride alle figlie, ci parla in francese. Dice che la mattina gli dà latte e biscotti, non capisco se alle figlie o anche al cane. E nello scambio di abitudini di vita mi sembra che la vertigine diminuisca, mi sembra che siamo davvero uguali e diversi.

E quando attraverso la zona bar gli occhi di tutti, prima ostili, diventano placidi e indifferenti, non fanno più paura. Magari è solo merito della birra. Penso che dietro ci sono persone, con una vita, una mattina e una sera, una famiglia, un cane, un costume. Un uomo sorride a sua moglie e le fa una carezza. Sembrano felici. Lo sono? Più o meno delle nostre coppie con meno drappi? Non lo so più. Ed è allora che il viaggio diventa vita, che la vertigine dell’ignoto si trasforma in aspettativa. Respiro ancora, la faccia rivolta a poppa, verso la scia e le spalle al mondo, buon viaggio a me.

E buona vita a noi tutti.

Autore: logout2016

Ego adepto terebravisse, ita scribo. O almeno così traduce google.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: