Clichè

I cliché non mi piacciono. Però porca puttana qualche volta ci stanno proprio a fagiolo. Come con la pasta, pasta e fagioli, piatto che hanno ordinato questi esseri al tavolo vicino.

Qui in montagna svalichi, cambi versante, il sole picchia sempre forte, ma le persone cambiano. La roccia resta granitica, meravigliosa da ovunque tu la osservi.

Gli uomini no.

Dinanzi alle tre cime di Lavaredo viene voglia di fare un inchino, tanta è l’emozione, grande il patrimonio che la natura ci dona, solo per essere guardato. Generosa la natura.

Salendo lungo i sentieri si scambiano sorrisi, nei volti di alcuni puoi riconoscere i tuoi intenti, la tua meraviglia. E preso dall’entusiasmo pensi che l’uomo, si anche lui, in fin dei conti , è un essere magnifico.

E sorridi, con una punta di invidia, ascoltando una lingua straniera, dura, parlata nel tuo paese. Ammiri quella capacità di stipare derrate alimentari dentro contenitori trasparenti , e mangiare, seduti col culo sul bagagliaio, con le ciaspole a lato e il sudore sulla pelle abbronzata.

Poi però cambi versante. Tutto ti sembra uguale, la neve bianca , la roccia imperitura, eternamente fedele a se stessa. Respiri a fondo, felice.

Al rifugio ti siedi e una voce fastidiosa, vicina, stona. È un insieme di voci in realtà che dicono tutte la stessa cosa, che sono voci di imbecilli.

E lo sono anche a un primo sguardo: borsa di Luois Vitton, inadeguata, giacca Colmar, del marito, sicuramente molto cara.

Rigorosamente all’ombra, sotto kili di protezione solare, chiaramente di marca accreditata, con i figli, bardati come per una spedizione sul k2. “Tesoro copriti, copriti dal sole. Non toccare il cane. Tesoro non prendere i funghi” e allora allunghi l’orecchio, perché la faccenda, se non mangi i funghi qui in Cadore, diventa demenzialmente interessante ” perché i funghi sono pesanti ” . Pasta e fagioli invece no, leggerissima.

La figlia si chiama Benedetta, da chi non si sa, mi dico. Non può mangiare funghi, non può prendere il sole e non può toccare il cane. E suo padre si chiede come abbiano fatto gli africani a conquistare i romani con gli elefanti . Mon dieu , con gli elefanti . Forse con la puzza vorrei dirgli, degli africani eh, mica quella degli elefanti. Ma temo diventeremmo amici.

Il figlio degli altri due abominevoli invece, condividendo il DNA con i genitori, chiede se oltre al nutritissimo e speciale menù del rifugio sia possibile avere del caciocavallo. Come se uno potesse andarsene che ne so, a Roma e chiedere: “Senta scusi, oltre all’ossobuco, fate canederli in brodo con rape rosse ? O magari del formaggio di Braies?”

E quasi quasi il fatto che questi imbecilli non tocchino il mio cane un po’ mi rasserena, sia mai che il morbo dell’idiozia si trasmetta per contatto.

Il mio cane qualcuno però lo tocca. È un uomo che sembra un barbone, barba incolta, codino, grande sorriso e una voglia nera vicino all’occhio. Regala al mio cane puzzolente che guai a toccarlo una tagliata di Angus argentino. E prima ci chiede pure il permesso. Perché l’educazione non si veste chic, penso.

Il mio personalissimo intuito mi dice che quelli del tavolo dietro sono degli imbecilli e questo barbone gli ha cucinato da mangiare.

È lo chef . E io già lo adoro.

Loro non lo sanno, non lo immaginano perché gli imbecilli hanno cliché da imbecilli. Ed è vero che la montagna ti mette a nudo, in solitudine con lei riconosci i tuoi limiti e le tue potenzialità. E quando incontri alcuni tuoi simili ti rendi conto che gli abissi umani sono talvolta più incolmabili di quelli esistenti in natura. Che il granito è più vero, il vento più socievole, il sole scotta, ma fa meno male della miseria dell’animo umano.

La montagna può aiutarci a riconoscere gli imbecilli.

E mentre il signor giacca Colmar contempla il plastico della montagna presente al rifugio invece di guardare la montagna io, che sono per cliché un’inguaribile ottimista, quando abbraccia la moglie e si gira ad ammirare il cielo, spero che la montagna lo guarisca.

Sogno che la montagna possa guarire anche gli imbecilli.

Autore: logout2016

Ego adepto terebravisse, ita scribo. O almeno così traduce google.

1 commento su “Clichè”

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