Omelia

Ho imparato a ridere quando qualcosa fa male.

Perché se ridi i tuoi muscoli facciali raccontano al cervello che sei felice.

Ho letto un articolo tempo fa, di appassionati runner, che consigliava di ridere quando si fa una fatica puttana. Perché se ridi, forse, riesci a raggiungere il traguardo in cima alla salita . Inganni il cervello. Lui, il cervello, pensa che sei felice di faticare e allora libera quattro neurotrasmettitori che consentono ai muscoli di fare la bassa manovalanza.

E soffri un po’ di meno.

Ho imparato a parlare col sarcasmo e ora non so più farlo senza.

Quando le notti in ospedale sembrano non finire mai e ho il terrore che qualcosa di terribile stia per accadere, stretta in un letto minuscolo e con le lenzuola dei servizi sanitari, che sospetto essere le stesse che usano per coprire le salme, io non riesco a respirare. E a volte, nel cuore della notte, sorrido. Mi impongo di sorridere. Solo così riesco a dormire almeno un paio di ore. Ma questo non posso raccontarlo a nessuno. Perché il sarcasmo non accetta debolezze. Puoi al massimo raccontare con toni esilaranti che il tuo lenzuolo lo hai riconosciuto, un giovedì mattina. Lo hai visto passare bianco e tirato a piombo su di una lettiga in acciaio. La sagoma era quella, ti sembrava proprio coprire il corpo esanime di un morto. Anzi esanime non devi dirlo, perché fa empatia. “Copriva il morto” devi dire. E aggiungi morto mortissimo, o qualcosa di più colorito tipo “il lenzuolo di Tutankhamon ”, questo va alla grande. Che poi lui, Tutankhamon, a pensarci bene era un ragazzo, di meno di trenta anni. Ma fa sempre ridere tutti.

Ridere accontenta sempre.

A volte invece io vorrei piangere. Come sulle peggio salite, fermarmi sudata, col cuore in gola e pensare

non ce la faccio, non sono allenata.

Per proseguire meno gloriosamente, a passo lento.

Le foreste bruciano, piangiamo insieme. Anche per i koala che muoiono di sete.

La gente muore, giovane come Tutankhamon, piangiamo insieme. E per i non giovani, piangiamo lo stesso, semplicemente perché è triste. Anche se muoiono dopo una vita intensa circondati dall’affetto dei parenti, piangiamo ugualmente.

Sembra tanto difficile essere sereni, piangiamo insieme . Il cielo ci riesce.

Gli amici a volte ti feriscono, piangiamo insieme .

Avrei voluto fare altro per essere felice , ma forse non sarei stata felice comunque , e allora piangiamo insieme .

Piangete con me.

Come in un’ omelia.

E andiamo tutti in pace.

Amen.

Autore: logout2016

Ego adepto terebravisse, ita scribo. O almeno così traduce google.

1 commento su “Omelia”

  1. Si mette mi piace e in realtà si vorrebbe dire altro. Che alcune sensazioni sembrano le stesse anche se le storie sono diverse. Che ci sono paure che con l’età diventano altro ma sono le solite. Che nessuno dovrebbe essere solo e invece siamo soli, con corazza e lancia, a volte a cavallo, per tentare di vincere. Fino alla prossima notte.

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