Un grande mare

Ciao k.

La faccia sparuta di chi non sa cosa succederà. Di questa tua faccia il mio cervello ha fatto un magnifico calco. Un ricordo di gesso, statico. Potente come le statue, granitico come i calanchi che sfidano l’usura degli anni. Un calco che racconta di malattia, incertezza, dolore, lotta e arrendevolezza. Tutto amalgamato con un pizzico di dolore, q.b. Per non impazzire.

La mano che chiama perché la voce non può e le dita che stringono, gli occhi che cercano , la vita che trema. Un calco statico con una storia dinamica.

Ripetuta a loop.

Mi dispiace. Probabilmente molto più di quanto dovrebbe.

Ho dosato male il mio quanto basta.

Dicono che al telefono voci amorevoli ti abbiano recitato una preghiera da lontano, immaginandoti rivolto verso la mecca.

Una preghiera che sublimava un dolore antico, comune in tutte le lingue del mondo.

E mentre tu morivi, noi disperati e impotenti, abbiamo pianto.

Del volto di k. e degli altri tutti, il ricordo è ancora vivido, oggi.

Il mio, quello di allora, non lo ricordo più.

Ricordo uno specchio dentro cui ci guardavamo scomparire. Togliere tutti i monili, così come era scritto, per vestirsi e svestirsi più volte al giorno , in una misura dilatata del tempo, che a discapito dei detti popolari, non sembrava aggiustare niente.

Qualcuno ci definiva eroi. Davanti alle vignette circolate sui social, che celebravano il nostro impegno, definendolo eroico, ho sempre sorriso.

Un superman a cui un incauto cacciatore aveva colpito il mantello; un batman rimasto chiuso nella batmobile senza chiavi.

Bisognava provare a ridere per sopravvivere, questo lo ricordo bene.

All’inizio pensavo a noi medici, infermieri, operatori sanitari come a dei soldati.

I soldati a volte guadagnano piccole vittorie, a volte sbagliano. Malauguratamente a volte muoiono, umanamente. Se sopravvivono, si portano appresso il peso di aver visto morire, per sempre.

A mio figlio e a tutti i bambini del mondo racconterei che siamo stati il mare.

Sconfinato, profondo, come solo il sentire comune sa essere.

A volte calmo e delicato.

Mia nonna diceva che un rigagnolo di acqua ha sempre qualcosa da dare al mare, facendosi torrente e poi fiume. Noi ci siamo tutti insieme fatti mare.

Oggi non voglio raccontare la guerra, con sguardo lucido e mite guardo indietro.

La paura e la rabbia sono rimaste sulla battigia.

Ho amato molto, questo il covid credo mi abbia, suo malgrado, insegnato. Ho amato la vita, le vite di tutti noi. Quella di K., di letto uno che a discapito delle circostanze alla fine ce l’ha fatta, di chi racconta quei mesi di ricovero, sospeso, la voglia di vivere che è invece presente e pressante.

Ho amato la stanchezza negli occhi di un collega, la risata strappata, la sensazione sulla pelle come sale, che non se ne andrà più, neanche con mille docce di quotidianità, di essere stati, operatori e pazienti , una sola cosa.

Un grande mare.

Autore: logout2016

Ego adepto terebravisse, ita scribo. O almeno così traduce google.

2 pensieri riguardo “Un grande mare”

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