A chi parla troppo

Ho capito che chi parla poco, spesso ascolta troppo.

E viceversa.

Senza tirare in ballo la psicologia, questo è un dato di fatto.

Incontrare qualcuno con cui stare semplicemente e serenamente in silenzio è un podio. Un traguardo , spesso costruito sulle mancanze e sulle dissonanze.

Capita a volte che semplicemente cammini insieme , respiri, ti guardi attorno. E non c’è alcuna necessità di usare la voce. Perché stai bene.

Mentre accade non ne sei consapevole.

Poi ricordi, rielabori, dissotterri e percepisci il divario. Fra chi ti è affine e chi ti è banalmente ostile.

Perché è il banale che spesso sfugge se edulcolorato dalla quotidianità. Il banalmente inaccettabile che obtorto collo crediamo di meritare.

A me mancano poco le persone , mi mancano le atmosfere vissute. I sogni non detti, le problematiche non condivise per paura di annoiare. Le strade percorse insieme, quelle storie nella testa da raccontare in un altrove, perché l’altrove rappresenta una prosecuzione di intenti, ambizioni, colori e suoni .

Penso e vivo in modo complicato. Mi relaziono come uno scarafaggio che segue i bordi, le certezze, i posti ameni e vorrebbe riproporseli per sempre.

Lo scarafaggio non è un esempio di amicizia. Ma è leale. Ascolta, non sottrae, partecipa nella misura in cui può, a volte cappotta.

E ha bisogno di aiuto.

Api vasaie e vasi vuoti

Sono tornate le api vasaie.

Hanno fatto il consueto nido al confine fra una colonna e il soffitto. E visto che il nido è uno solo sarebbe più corretto dire che è tornata un’ape vasaia.

Col suo volo sgraziato, e la sua insindacabile rinuncia alla scelta gregaria. Qualcuno deve averglielo detto che qui c’è un posto adatto per fare un nido.

Asociale si, ma con conoscenze fidate.

Io la capisco e stimo l’ape vasaia.

In un bellissimo film la chiosa era “la felicità è niente se non condivisa”, credo lei non lo abbia visto. E questa è una buona cosa.

Lavoratrice indefessa, mite, e con buona memoria. Mi verrebbe da pensare che se si facesse una ristretta cerchia di amici, ma sbagliasse la cerchia, visto il limitato tempo a disposizione per riparare, due quattro mesi di vita, finirebbe per morire male e con rammarico.

Come una cavalletta che per sua natura sperimenta prima la solitudine e poi sceglie di farsi gregaria, segue le altre, emigra, e infatti muore.

Muore in compagnia. Ma come diceva De Andrè “quando si muore si muore soli”.

Ovunque e con chiunque .

Io la immagino bisbetica l’ape vasaia, come qualche collega molto diretto , fastidioso e poco amichevole .

Onesta ma antipatica.

Quel conoscente che se ci perdi tempo a parlare ti chiedi “ma dove sono finite le persone così?”.

Sono finite.

Spesso sono solo finite.

Come un buon thè nero quando guardi nella dispensa, e semplicemente, non ce n’è più .

Sono più complessa di un’ape, ma condivido con lei la diffidenza, e la inopportuna inconsapevolezza di essere esplicita.

E condivido con lei anche la coscienza della scelta a costruire, intenti e nidi, posti sicuri, fidate certezze. Avessi fatto il muratore di vita, il mattone non mi avrebbe deluso, con buona pace del bonus 110.

Le persone deludono, siamo mutevoli, del mattone incarniamo solo la ruvida durezza e delle api vasaie la tenacia insindacabile. Siamo talvolta un mix imperfetto di sentimenti, aspettative e necessità che impediscono la progressione, la costruzione e il volo.

Ci manca una mandibola forte che racconti e difenda una certezza e una tenace delicatezza che protegga quello che non deve andare distrutto.

La signora che ci aiuta nelle faccende domestiche è molto capace e brava. Ma come ogni lavoratore può andare a velocità raddoppiata.

Come i vocali, quando sei stanco, annoiato, mentalmente assente, lei va al massimo, una Padre Pio ubiquitaria domestica, soprattutto se assente lo sei tu, fisicamente.

Fa due ore in una. Ma ti dice che ne ha fatte due. Miracolo.

Non è bugiarda. Lei crede di farne due. E io un po’ la capisco, il talento va premiato.

Non è questo ciò che mi diverte.

Mi diverte la me stessa, che si preoccupa assentandosi.

Mi preoccupo che non trovi il suo giusto compenso, nel cassetto, dove è stato riposto.

Che ne sa , che lo abbiamo messo lì? Non ci pensa, no?

Magari al termine del lavoro io non ci sono, sta brutto, dovevo darglielo oggi.

Allora torno indietro dalla mia assenza. Rientro, dopo pochi minuti dalla mancanza. Me la immagino in un certo modo.

Invece no. È china, con la testa in quel cassetto, le mani che ravanano.

La stanza è piena di tante altre veloci lei: una svuota il lavastoviglie, una stira, una passa lo straccio

E quella vera, vicino al cassetto, sorride.

Incredibili e infinite le potenzialità umane .

Colori

Vorrei mandarti una foto, ma prima ancora un abbraccio, che mi stringi forte e dici dove vai, vieni qua.

Un abbraccio come quando ero piccolina. Pensavo, come in una cartolina, alle immagini stampate , che i nostri amici inviano sempre per Natale, perfette .

“Penso e peso troppo nonna,

sono cresciuta ?”

“Non pesi niente, vieni qua.”

Ma se non è Natale si può fare lo stesso?

Questo gioco è di auguri, buona vita, penso di si.

L’abbraccio e il pensiero sarebbero stati la stessa, medesima cosa.

Peró attraverso la foto ti innamoreresti.

E io pure .

Affidiamo alla rete infinite possibilità di racconto, di essere, esistere per lo più.

E rimembrare, che conta assai.

So che sei qui, ci sei stata per meno, per una siepe piantata da poco e per un pavimento nuovo messo in posa.

Dice un professore di fisica che il tempo non esiste, e neanche la morte, tutto è permeato di vita.

Allora vivi,

l’imperativo non ti sarebbe piaciuto.

Ma io ti vedo, e questo ci colora infinitamente .

La casa dell’innamoramento

Dice l’immobiliarista che abbiamo incontrato oggi, di nuovo, che la scelta della casa è come l’innamoramento.

Lo ha detto pure l’altra volta.

Evidentemente la considera una frase a effetto.

La ripete a tutti. E poi con sguardo compiaciuto e sornione attende che le coppie facciano quella faccia fra l’interdetto e l’intelligente. La giusta via di mezzo di chi alla fine non capisce una cippa.

L’immobiliarista oggi, e sospetto nella vita in genere, odia le donne. Pure io a volte, quindi per sillogismo spiccio, odio l’immobiliarista. Che mi guarda ma non mi parla, dice solo a mio marito “dottore dottore , vede che meravigliosa gamma di possibilità questo lotto”. Il lotto è un greppo, pieno di rovi, esposto a nord, ma, attenzione, vicino alla casa di Novellino, lo dice guardando me. Io non so chi sia questo Novellino. Mi sento in colpa, sprovveduta me.

Scopro essere un calciatore, a me il calcio ha sempre fatto schifo. E poi aggiunge, se ci fa un muro di contenimento ci viene pure la piscina , e mi guarda ammiccando di nuovo.

Pure quella mi fa schifo.

Brutta storia la psicologia della vendita per questo signore.

E mentre un cane latra nel terreno sottostante , a pochi metri, di proprietà di una ridente società di taglialegna, che però il week end non lavora precisa lui, sullo sfondo vedo e soprattutto sento sfrecciare il rinfrancante traffico autostradale.

Con Assisi dietro, incorniciata.

Dice lui.

Fra il rumore della sega taglialegna, la sagoma minacciosa del cane e le auto che squarciano questo dipinto ameno assisano ho capito perché amo mio marito. Perchè placido e accorto non lo ha spinto giù per il greppo.

L’immobiliarista voleva farci innamorare di un greppo e vendercelo a caro prezzo , insieme a una casa fatiscente da abbattere e ricostruire. Effetti distopici sonoro-visivi di capitolato.

Alla fine me ne sono andata pensando che è un gran romantico burlone. Rime annesse e connesse.

Bonsai

La mia pianta bonsai ogni settimana mette nuovi getti.

Sono piccoli, verde nuovo.

Quei dettagli che esistono agli occhi solo se li cerchi .

Avanza inesorabile, indifferente al tutto.

Ha una base solida con cui me l’hanno venduta, e a discapito di essa pensavo si sarebbe infradiciata.

Ma sbagliavo.

Va da se e ce la fa.

Noi a volte no, abbiamo bisogno di conforto, di dibattere, scontrarci, stranirci e poi dormici su.

Per risolvere un problema.

Non gemmiamo, teniamo dentro le idee, lontane le soluzioni, esterniamo problemi e non troviamo la via del sole.

Mio figlio invece arriva lontano, prima con le aspettative e poi con le mani.

Dipendente e autonomo, che a volte fa spavento. Piccolo e indifeso, ma certo negli intenti.

Perdiamo la capacità adulta di raggiungere la felicità.

Che è necessaria, vicina , potente e capace anche di fiorire.

Oltre

Guardo a volte una foto in cui volgi gli occhi altrove.

L’ho scelta io.

La capacità di vedere oltre. Almeno l’oltre che era giusto per me.

Guardi al di là, della ripresa, della contingenza, o semplicemente del momento , perché questo sei stata, oltre a molto di più .

Non ti sarebbe piaciuta, la foto.

Ma quello che vedi ora probabilmente si.

Di tutte le cose che possono mancare, quando non sono più, sei la meno scontata.

Sei giornata di un sole all’improvviso, quando il meteo lo aveva rinnegato, e sei neve a fiocchi grandi, quando annoiata guardavo alla finestra.

L’aperitivo all’aperto per scongiurare la pandemia, risoluto e divertente .

Sei il tempo che passa e si porta appresso la voglia di dormire ma anche di ricordare, per non dimenticare.

Sei quella insana lotta di sopravvivenza in cui hanno la meglio i sogni , lucidi e non.

Sei parole che trasbordano da una riva all’altra i pensieri e i segreti custoditi .

Sei intimità, carezza e conforto,

andati oltre.

Hope

Spero conoscerai persone che ti toccheranno l’anima. Perché le sentirai affini, come un profumo, che non ti si spiccicherà più di dosso. Persone, sogni, aspettative, che quando dovrai fare scelte, ti faranno soffrire, perché l’idea di perdere ti metterà davanti a bivi dolorosi.

Spero avrai appreso per allora la capacità di trovare la cosa giusta per te, e per te solo. Immagino di poterti insegnare, oggi, l’arte, perché di questo si tratta, di districarsi, come quando si è annodati, fra sensazioni, ricordi e prospettive.

Ti voglio felice . Ma non lo sarai sempre, ne sono certa.

E per quando sarai triste voglio pensare di aver riposto nel tuo cuore un talismano di possibili possibilità che ti ricordi che siamo comunque liberi , e quando si è liberi si puó essere felici.

Tutta la restante felicità, raccontala, e vivila, sempre.

Ti chiedo giusto due cose

Un gatto e un cane mi ricordano che quando si parla non è mai a sproposito.

Sentono.

Elaborano, e a loro modo rispondono.

Con i neonati si parla più lentamente credendo di essere capiti meglio. Ma quando canticchi veloce una filastrocca ridono a crepapelle.

Sguardi e sorrisi diventano per tutti strade, anche quando le parole vengono meno.

Non è la velocità delle cose dette la chiave di volta. È l’intenzione, che ferisce oppure lenisce. Rapidamente, o in modo indolente e solenne.

L’intenzione che regala la felicità senza un perché.

E allora mi sono detta che posso parlarti. Ti chiedo giusto due cose, e risponderai a tuo modo.

Perché ti sento, e bisogna fidarsi delle emozioni.

Profumo

Ti redarguiscono sui fantasmi.

I fantasmi appartengono a un’ idea che avresti dovuto avere. Sono proiezioni , poltergeist potenti e di difficile controllo.

Idee che forse non si paleseranno mai. Ci devi fare i conti. Dicono.

Io ce li ho fatti e mi è sembrato facile.

Perché l’idea io non ce l’ avevo. E mi ero venduta bene. Non ho cose irrisolte , non ho cassetti gremiti di storie irrisolte .

Ne ho uno appena aperto, un cassetto, che odora di foglie, quelle gialle che cascano, in autunno, a volte bellissime, a volte strappate.

Gialle che ridi all’improvviso perché vedi tutta la geometria delle foglie. Sono regalate al suolo, e ti chiedi come avrà fatto questo albero a liberarsene.

Come avrà fatto, di una storia così bella.

È inverno. Ci sta.

Ci cammini sopra e attraverso. Come in un profumo.

Perché lo sanno tutti che per profumarsi devi passare attraverso, non spruzzare a casaccio.

È la vita che spruzza e tu, semplicemente, ci cammini in mezzo.