Hope

Spero conoscerai persone che ti toccheranno l’anima. Perché le sentirai affini, come un profumo, che non ti si spiccicherà più di dosso. Persone, sogni, aspettative, che quando dovrai fare scelte, ti faranno soffrire, perché l’idea di perdere ti metterà davanti a bivi dolorosi.

Spero avrai appreso per allora la capacità di trovare la cosa giusta per te, e per te solo. Immagino di poterti insegnare, oggi, l’arte, perché di questo si tratta, di districarsi, come quando si è annodati, fra sensazioni, ricordi e prospettive.

Ti voglio felice . Ma non lo sarai sempre, ne sono certa.

E per quando sarai triste voglio pensare di aver riposto nel tuo cuore un talismano di possibili possibilità che ti ricordi che siamo comunque liberi , e quando si è liberi si puó essere felici.

Tutta la restante felicità, raccontala, e vivila, sempre.

Lavatrice

Esiste negli ospedali una stanza strana, con dentro una cosa strana che fa un rumore strano. “Sembra una lavatrice” mi ha detto ridendo una bambina oggi.

Io le avevo raccontato di un’ astronave, magica, per andare in posti fantastici, la solita panzana che rifiliamo a tutti. Ma lei è stata più arguta di mille me. Perché è una cosa dove transitano tante storie. Storie di adulti ricoverati, con pochi giorni ancora da vivere, storie di bambini con una vita davanti, forse. Storie di infermieri, medici, tecnici di radiologia, che assistono, e vivono e ridono e si rabbuiano all’improvviso, dinanzi alla conferma di una diagnosi temuta. Amalgamano le loro esistenze e paure con quelle degli altri.

Calzini bucati con magliette firmate, bianchi e colorati se sei particolarmente consapevole della gestione, oppure prima solo i bianchi buoni e poi i colorati vecchi se sei diventato timoroso.

Ci mischi anche un pó la consapevolezza, come se fosse un ammorbidente. La puoi mettere prima, ma anche dopo, fa lo stesso .

Adele aveva ragione, la risonanza è una lavatrice. Non una navicella spaziale, o un jet supersonico, o un’astronave. Non va da nessuna parte.

C’è un magnete che gira, tu stai dentro , come e con tanti altri, e speri di uscirne pulito.

Mutualismo e neve

Nevica a Perugia.

Il freddo si attacca in faccia e si fa strada, quando respiri, su per il naso.

Inali forte, e speri che il cuore pure si congeli un pò.

Invece il cuore non si congela. E i pensieri manco. Anzi la rabbia è più rabbia, il dolore è più dolore, l’amore, beh quello hai rinunciato da un pezzo a congelarlo.

Sto curando una cavalletta in questo inverno gelido. E’ entrata in casa due mesi fa. Fuori morirebbe. Si chiama Betta. Ho letto che se la tieni al caldo a volte supera l’inverno. Sverna.

La osservo nella sua teca improvvisata e mi dico che a modo suo è bella, la nutro, la fotografo. Ricevo anche molti like quando pubblico le sue foto postando  un pensiero a caso sugli insetti.

Ma a me le cavallette non piacciono. Hanno lunghe zampe, fanno salti imprevedibili e due enormi occhi fatti di tanti piccoli occhi. Un apparato visivo lontano dal nostro millenni di evoluzione. Mi chiedo se quando mi avvicino vede me o un mosaico di tante me scomposte.

Non mi piacciono le cavallette. Mi piace la curabilità.

L’ho messa in una teca, l’ho salvata dal gelo, si accontenta di piccole foglie di broccolo.

E non muore.

Sono un buon medico. Almeno fino a Maggio, quando morirà. Perchè il suo ciclo vitale sarà terminato. Mi compiaccio e rallegro anche pensando che quando la libererò godrà preziosi istanti di primavera. Grazie a me.

Betta mi serve. Il nostro è un mutualismo. Si chiama così in biologia.

Oggi una bambina svegliandosi dall’ anestesia con gli occhi sbarrati e senza più ciglia ha urlato: “DOVE SONO ? DOVE MI HAI PORTATO?”

E’ figlia di mio cugino. Ed è malata. Di una di quelle malattie tagliate a misura di bambino, perchè ne portano via un pezzetto per volta. La bellezza prima, la gioia poi , il sorriso dell’innocenza e infine i sogni, tutti insieme, in blocco.

E per quanto ci sforziamo di parlare delicatamente, di inventare storie fantastiche su astronavi e luci magiche, le sale  operatorie  sono  davvero il posto più lontano dal cuore di un bambino. Non si corre, non si gioca, non si ride nè piange, e quando si dorme non si respira neanche più, lo fa il respiratore.

Deve esserci nel mio cervello qualcosa che fa inceppare il pensiero razionale. Perchè io in scienza lo so che i bambini si ammalano e muoiono, alcuni muoiono senza neanche ammalarsi, ma in coscienza continuo a credere che non sia possibile. Forse è colpa di un neurotrasmettitore in meno o di un neurone specchio in più.

Tornando a casa ho respirato forte questo inverno e la sua aria gelida. Lastre di ghiaccio crocchiavano sotto i piedi, stalattiti di erba immobili mi fissavano. Ho sognato un paio di ali coriacee gelate e  il cuore fermo.

Come quello di una cavalletta in inverno.