Tutto il nulla che puoi fare

Ci sono attimi lunghi come ore, attimi di pacata irrequietezza , quando seduto davanti al nulla che succede ti chiedi perché fai questo lavoro. Attimi di parole crociate mentali, di conversazioni sigilla noia con persone con cui non puoi condividere altro se non la necessità di far trascorrere il tempo . Sono attimi importanti, necessari. Sono ore di tregua . Perché quando scompaiono all’improvviso e ti ritrovi a fare quello che devi, quelle ore sono un rifugio piacevole, se pure apparentemente inutile. Lo sgabello si rovescia , così, all’improvviso . Per il caso, per un virus che sovverte il sistema, perché eri lì a rispondere e non altrove. E corri. Ma non come quando fai jogging e l’aria riempie i polmoni, e più corri più respiri, e viceversa .

Ora respiri di meno per correre più forte. È il paradosso della paura. Lo sai ma non puoi evitarlo. Poi tutto diviene metallico e rapido. I volti , i colori, le voci che ti chiedono che succede. Una collega piange, un’altra ha gli occhi sbarrati. Vedi solo una mano, un pugno mezzo chiuso e reclinato di lato, lungo il corpo. Un corpo molto giovane . Ti sembra molto bianco .

Pensi mio dio come è bianca questa mano. E in quella posa innaturale c’è tutto ciò che puoi fare e che forse non riuscirai a fare.

Lo sgabello si è ribaltato. Sali su un altro per stare alla giusta altezza. Massaggi. Ti affanni. Imprechi . Cerchi di usare tutta la tua neocorteccia in preziosissimi istanti fatti di ricordi. E non piangi .

Alzi il tono della voce . Comandi, dirigi, chiedi aiuto per diritto acquisito. L’unico senza possibilità di appello. Ma senti che stai fallendo. Che la tua scienza non funziona. Allora in una piccolissima parte della tua neocorteccia si insinua quel germe folle e meraviglioso che è la speranza . Rapido come solo il pensiero sa essere, pensi che avverrà il miracolo . Che quella pupilla si restringerà all’improvviso e come nei migliori film strappalacrime quel cuore tornerà a funzionare come deve. Immagini anche un respiro all’improvviso che glorifichi

te e sigilli il ritorno alla vita.

Ma è dalla mancanza che impariamo la maestosità della vita. Che se ne frega dell’ affanno e della speranza. Delle tue corse e illusioni. Va da sè, la vita. Arriva e se ne va.

È la più indipendente delle faccende umane.

Quando ti fermi, ripensi, ricalcoli, ma non ce la fai e ti abbandoni a quel piacere dimenticato, proprio degli animali, ragioni solo per un attimo con la parte primitiva del cervello. Allora si che piangi.

E piangi forte.

Vademecum funereo ovvero l’arte di non piangere a un funerale

 

PUNTO 1: non andate ai funerali, rientrando così di diritto in quella categoria eterogenea e multisfaccettata dei “io non ce la faccio”. Categoria che abbraccia molti, dai disperati agli stronzi. Stronzi come quelli che manco la mamma in ospedale vanno a trovare perché ” io non ce la faccio” e poi si fanno beatamente i cazzi  propri senza mezzo pensiero.

Disperati, come me , che per i pochi a cui vanno soffrono prima, durante e dopo. E per vari mesi, con acuzie di follia in mezzo ai pianti inconsolabili.

Gli stronzi in genere resistono a lungo, i disperati cedono e cominciano ad andare a tutti i funerali. Lo fanno per amore, perché cercano risposte, perché oltre che disperati, invecchiando, diventano anche un pochino masochisti. E poi perché svicola svicola a qualcuno devi pure andare per non sembrare stronzo.

Quindi a tutti i disperati e a tutti coloro che vanno ai funerali

PUNTO 2: Non arrivate mai in anticipo.

“L’attesa del piacere è essa stessa piacere” vale solo per il piacere. L’attesa della bara è devastante: il sommesso cigolio dell’aggeggio porta bara, l’apertura del grande portone della chiesa, il chiacchiericcio smorzato. Le teste che all’unisono si girano verso l’ingresso, manco arrivasse la sposa.

Da evitare.

Quindi se il funerale è alle 11 arrivate almeno alle 11 e 10.

PUNTO 3: Il prete. E qui si apre un mondo. In breve vi dico che se è particolarmente abile e toccante come oratore, se conosceva il defunto e dice quindi cose sensate (alcuni non sanno manco il nome del morto e intartagliano) se siete suscettibili al tentativo di consolare l’inconsolabile, beh, non ascoltatelo. Distraetevi. Contate le panche, i lumini vicino all’ingresso, contate gli affreschi, gli oggetti sul tavolo del prete, osservate la chiesa e chiedetevi se è barocca, medioevale, paleocristiana…Cose così.

Se siete atei ferventi ascoltate pure senza piangere riservandovi il personalissimo diritto di serrare le labbra infastiditi e scuotere la testa. E di non ripetere insieme a tutti più volte cose come ” il signore è mio pastore non manco di nulla” perché il morto vi manca e vi mancherà.

Per evitare di incazzarvi comunque potete contare pure voi.

PUNTO 4: la/le perpetue. Osservatele, vi rallegreranno. E non per l’aspetto che è rimasto immutato dai tempi del Manzoni, ma perché sono in numero direttamente proporzionale ai partecipanti. Tempo fa al funerale di un ragazzo con pochi amici eravamo quattro gatti, e vestiti maluccio. La messa è durata quindici minuti e manco una perpetua. Quasi a dirci “guarda sti poracci”. Muore un uomo stimato, amato, la chiesa si riempie, la predica dura un’ora e mezza e alla fine sbucano tre perpetue. Quando si dice il caso.

E se questo vademecum non è servito e dovete proprio piangere, mi raccomando piangete con moderazione. Anzi in proporzione  a quanto conoscevate il defunto, non una lacrima in più, non una in meno. Eh mi raccomando, non mollate al desiderio catartico e liberatorio di piangere per la precaria condizione umana. Qualcuno potrebbe accorgersene.

“Ma secondo te lo conosceva bene?”

“Boh, non lo so”

“Perchè guarda dice che al funerale ha pianto davvero troppo…insomma, inopportuno”

Perché qualche stronzo alla fine molla e ci va a un funerale.

Dissertazioni  tristi

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Le sale operatorie hanno finestre che non si aprono. E non per paura che qualcuno si butti di sotto, anche se a volte la disperazione ti coglie distratto e impreparato. Le finestre sono chiuse e protette da una rete per impedire l’accesso ad animali e insetti di qualunque natura, soprattutto se dotati di senso pratico e abili ad aprire finestre sigillate. Fra la finestra e la rete si crea uno spazio di una decina di centimetri.

Io in sala operatoria ci lavoro, sono un anestesista. E bevo molti thè. E quando li bevo guardo fuori dalla finestra. Ammiro il parcheggio zeppo di auto, il grande cerchio giallo bianco e blu disegnato sull’asfalto che segna la pista di atterraggio dell’eliambulanza e qualche sparuta gazza ladra annoiata senza nulla da rubare.  Il panorama fa abbastanza schifo, ma almeno è colorato. Quando sei molto fortunato incontri con gli occhi i taglia-aiuole, sgargianti nelle loro tute arancioni, che spiccano sullo sfondo nebbioso di certe mattine tristi.

Lui, il protagonista di questa storia, vive in quell’intercapedine finestra-rete. Non so che insetto sia. La prima volta che l’ho visto credevo fosse morto. Ma è lì da un mese e in punti diversi, quindi è vivo. Chissà come ha fatto a entrare. Forse c’è sempre stato. Tutti i giorni condividiamo la prospettiva di un pezzettino di mondo. Ma lui vede? Soffre? La vuole la libertà? Sa che esistono insetti liberi? Oppure crede che quei dieci centimetri dietro alla rete siano la sua unica possibilità di esistere?

Quante possibilità abbiamo di esistere?

Il dottore specializzando con me oggi mi racconta di suo fratello quarantenne diventato demente e morente per il morbo della mucca pazza. Due bimbi senza più un padre, morto ancora prima di morire. La mia paziente invece ha un tumore al cervello grosso come un carciofo. Ha trent’ anni. E nessuna speranza. E poi ci sono i bambini con la leucemia il mercoledì, quelli coi tumori rari quanto la vincita al lotto, il dolore, l’impotenza, la rabbia, l’amarezza. E il disprezzo per chi la vita invece sceglie di toglierla, quando salvarla è troppo difficile. Medici che, contravvenendo al principio primo della medicina, uccidono pazienti trasformandosi in carnefici assassini.

Perché poi, diciamocela tutta, a noi chi ci ha insegnato a fare i medici? Chi ci ha scremato per umanità? Non certo il corso di laurea. Quello serve a imparare la scienza. E il cuore, mica tutti ce l’hanno. Quando stavo in cardiochirurgia ci buttavo sempre un occhio, dopo la sternotomia, convinta prima o poi di trovare uno spazio vuoto, lì sotto. E ai medici, quelli veri, nati col cuore, chi   glielo insegna a ingoiarlo, quando fa male come un bolo alimentare troppo grosso? A non piangere come agnelli davanti al dolore?

“Ci vuole pelo sullo stomaco”mi dicevano. Ma quale pelo e pelo.  Con la colla per la sofferenza appiccicata addosso uno ci nasce. E non te la spiccichi  manco se ti lavi con barili di  cinismo. La nascondi e impari a conviverci . Bevendo thè, trovando i colori in un parcheggio, fotografando insetti .

E allora insetto resta pure lì,  io farei lo stesso.  Il panorama è un po’ monotono ma tuttavia rassicurante.

La libertà a volte non vale la pena.