Voce in segreteria

In un ipotetico discorso racconterei di essere molto grata alla scienza e alla tecnologia. Elencherei le motivazioni specifiche, incappando in diatribe infinite.

Capita che si racconti qualcosa fuori luogo, che entusiasmi noi e noi solo, che rattristi talvolta, o addolori, contravvenendo all’intento.

La tecnologia ha conservato per me una voce che saluta e chiede come stai.

Poco, ma abbastanza.

Il suono della voce è una delle possibilità di ricordo che si perde per prima, non rievocabile, nè riproducibile con l’immaginazione.

La voce è preziosa.

È ció che resta del reale che è stato e se ne è andato. Un insieme di armoniche uniche, potente come un profumo.

È un’idea, un luogo conosciuto, preciso, che conserva intatta la garanzia della certezza.

Hope

Spero conoscerai persone che ti toccheranno l’anima. Perché le sentirai affini, come un profumo, che non ti si spiccicherà più di dosso. Persone, sogni, aspettative, che quando dovrai fare scelte, ti faranno soffrire, perché l’idea di perdere ti metterà davanti a bivi dolorosi.

Spero avrai appreso per allora la capacità di trovare la cosa giusta per te, e per te solo. Immagino di poterti insegnare, oggi, l’arte, perché di questo si tratta, di districarsi, come quando si è annodati, fra sensazioni, ricordi e prospettive.

Ti voglio felice . Ma non lo sarai sempre, ne sono certa.

E per quando sarai triste voglio pensare di aver riposto nel tuo cuore un talismano di possibili possibilità che ti ricordi che siamo comunque liberi , e quando si è liberi si puó essere felici.

Tutta la restante felicità, raccontala, e vivila, sempre.

Verde maggio

Quando guardo il mondo

penso ci sia un colore di troppo

sopravvalutato.

E uno in meno

poco celebrato .

Un tramonto sa essere arrogante,

un mare borioso,

un’estate ombrosa.

E un nero troppo funereo.

Il verde sempre mi convince,

dicono calmi l’anima.

Sempre ponderato.

E mai in eccesso.

Me lo hai insegnato tu il verde,

se ti penso .

Sei una coperta verde

una passeggiata improvvisata

una siepe appena piantata.

Sei verde come le piante

sul balcone

che se le annaffi non muoiono

o forse si,

se sei distratto.

Verde come il mare

quando il fondale è sassoso.

Verdi le luci

la sera

sull’acqua delle piscine in vacanza

al tramonto

lontane

Ma vicine , perché casa eri tu.

Verde è maggio

che si tinge ed esplode

in attesa dell’estate.

Colora il possibile,

cedi al vento mite ,

cadono i fiori.

L’aria è tiepida.

Si può anche morire a maggio .

O tornare a vivere per sempre.

Tutto il nulla che puoi fare

Ci sono attimi lunghi come ore, attimi di pacata irrequietezza , quando seduto davanti al nulla che succede ti chiedi perché fai questo lavoro. Attimi di parole crociate mentali, di conversazioni sigilla noia con persone con cui non puoi condividere altro se non la necessità di far trascorrere il tempo . Sono attimi importanti, necessari. Sono ore di tregua . Perché quando scompaiono all’improvviso e ti ritrovi a fare quello che devi, quelle ore sono un rifugio piacevole, se pure apparentemente inutile. Lo sgabello si rovescia , così, all’improvviso . Per il caso, per un virus che sovverte il sistema, perché eri lì a rispondere e non altrove. E corri. Ma non come quando fai jogging e l’aria riempie i polmoni, e più corri più respiri, e viceversa .

Ora respiri di meno per correre più forte. È il paradosso della paura. Lo sai ma non puoi evitarlo. Poi tutto diviene metallico e rapido. I volti , i colori, le voci che ti chiedono che succede. Una collega piange, un’altra ha gli occhi sbarrati. Vedi solo una mano, un pugno mezzo chiuso e reclinato di lato, lungo il corpo. Un corpo molto giovane . Ti sembra molto bianco .

Pensi mio dio come è bianca questa mano. E in quella posa innaturale c’è tutto ciò che puoi fare e che forse non riuscirai a fare.

Lo sgabello si è ribaltato. Sali su un altro per stare alla giusta altezza. Massaggi. Ti affanni. Imprechi . Cerchi di usare tutta la tua neocorteccia in preziosissimi istanti fatti di ricordi. E non piangi .

Alzi il tono della voce . Comandi, dirigi, chiedi aiuto per diritto acquisito. L’unico senza possibilità di appello. Ma senti che stai fallendo. Che la tua scienza non funziona. Allora in una piccolissima parte della tua neocorteccia si insinua quel germe folle e meraviglioso che è la speranza . Rapido come solo il pensiero sa essere, pensi che avverrà il miracolo . Che quella pupilla si restringerà all’improvviso e come nei migliori film strappalacrime quel cuore tornerà a funzionare come deve. Immagini anche un respiro all’improvviso che glorifichi

te e sigilli il ritorno alla vita.

Ma è dalla mancanza che impariamo la maestosità della vita. Che se ne frega dell’ affanno e della speranza. Delle tue corse e illusioni. Va da sè, la vita. Arriva e se ne va.

È la più indipendente delle faccende umane.

Quando ti fermi, ripensi, ricalcoli, ma non ce la fai e ti abbandoni a quel piacere dimenticato, proprio degli animali, ragioni solo per un attimo con la parte primitiva del cervello. Allora si che piangi.

E piangi forte.

Lavatrice

Esiste negli ospedali una stanza strana, con dentro una cosa strana che fa un rumore strano. “Sembra una lavatrice” mi ha detto ridendo una bambina oggi.

Io le avevo raccontato di un’ astronave, magica, per andare in posti fantastici, la solita panzana che rifiliamo a tutti. Ma lei è stata più arguta di mille me. Perché è una cosa dove transitano tante storie. Storie di adulti ricoverati, con pochi giorni ancora da vivere, storie di bambini con una vita davanti, forse. Storie di infermieri, medici, tecnici di radiologia, che assistono, e vivono e ridono e si rabbuiano all’improvviso, dinanzi alla conferma di una diagnosi temuta. Amalgamano le loro esistenze e paure con quelle degli altri.

Calzini bucati con magliette firmate, bianchi e colorati se sei particolarmente consapevole della gestione, oppure prima solo i bianchi buoni e poi i colorati vecchi se sei diventato timoroso.

Ci mischi anche un pó la consapevolezza, come se fosse un ammorbidente. La puoi mettere prima, ma anche dopo, fa lo stesso .

Adele aveva ragione, la risonanza è una lavatrice. Non una navicella spaziale, o un jet supersonico, o un’astronave. Non va da nessuna parte.

C’è un magnete che gira, tu stai dentro , come e con tanti altri, e speri di uscirne pulito.

Pensieri preziosi

All’improvviso la paura di diventare miseri, come chi ci circonda. Questo atterrisce.

La paura di perdersi, fra pensieri scritti in chat, fraintesi e ripostati.

La paura di perdere quel pensiero, perché quel pensiero era tuo è l’hai donato. Ma diventa di altri. Non è più tuo. E rileggendolo, la chiarezza che avevi non la ricordi più, quindi hai perso.

Hai perso idee, emozioni, e hai frustato te stesso. Il rimedio non è mai rimedio, è una fata morgana che instilla il dubbio. La condivisione è sopravvalutata. Perché non sappiamo più scegliere a chi regalare un pezzo di noi. Confusi e disorientati dovremmo dare vita a un’idea, vita vera. Le idee dovrebbero prendere forma, uscire dalla mente, come il protagonista di un quadro ( grazie Murakami) e farci compagnia. Dovremmo nasconderle gelosamente, custodirle e parlare con loro.

Così, per sentirci meno soli, non avremmo bisogno di condividerle.

Sogni

Alla mia amica il parto è andato bene.

È nata una bambina bellissima, tre chili e cento. Un bel nasino. Una faccia furba.

Lei però ha ancora strizza perché ha fatto un sogno di merda una settimana prima di partorire: la zia morta, le bare.

Quella roba lì, che su supeva.it ti dicono in realtà porta bene ma tu lo sai che sotto sotto porta un po’ merda. Te lo dicono le nonne, come la mia, che di sogni ci capiscono. E infatti la figlia dell’amica mia, col nasetto all’insù, dopo due giorni è finita in terapia intensiva . Bradicardia. Mancato adattamento, forse.

Già mi è simpatica. Io sono trentanove anni e non mi sono ancora adattata.

Le ho fatto un cappellino rosa all’uncinetto, bellissimo. Ma ho sbagliato le misure.

Comunque anche io ho fatto un sogno di merda. Forse perché dieci giorni fa mi hanno operato. O forse no, chè sogni di merda li faccio sempre.

Comunque era di merda perché un gruppo di gente malintenzionata, direbbe mia nonna, voleva mettermi il guinzaglio, a casa sua. Fuggivo per le scale, favorita dal trambusto di una bara trasportata da pakistani che occupavano per metà le scale (mi parevano pakistani, sulla provenienza etnica onirica non garantisco) … fuggivo per due rampe . Poi uno degli aguzzini “guinzagliatori” mi arrivava.

Ma era bellissimo.

E io smettevo di correre.

E fra il piano terra e il primo piano il mio incubo onirico virava da una regia prettamente Hitchcock a una Bigas Luna.

Mentre lo racconto vorrei accendermi una sigaretta, ma non posso che ho fatto antibiotici fino a ieri per bronchite produttiva . Comunque …

Il bacio era vero, io lo so. Me lo ricordo e me lo ricorderò come tutti i baci dati di notte a sconosciuti. Qualche volta pure di pomeriggio , ma solo dopo aver usato molto gas per addormentare pazienti la mattina.

Era vero.

Morbido.

Curioso. E le braccia poggiate tese sul muro dietro alla testa erano tanto vere.

O almeno, dovrebbero essere così . Vibranti.

Io mi sono svegliata convinta di amare questo ragazzo con i capelli un po’ mezzi a caschetto e la faccia sconosciuta.

Chi sarà ? Il cervello che inventa le facce mi sono detta, che roba ingannevole.

Il cervello non inventa una ceppa.

Oggi davanti all’unità di terapia intensiva pediatrica guardavo dietro ai vetri e ho pensato molte cose. Primo, che la mia amica è molto stanca, ma si riprenderà. Poi che grazie alla scienza aiutiamo chi è un pó più trubbolo, come si dice a Perugia , ma rende l’idea. Malconcio, debole, incapace. Esistono una serie di gesti, rituali, che riserviamo ai deboli, che neanche possono manifestare il loro disagio. E questo fa di noi persone adeguate.

Non meravigliose.

Adeguate. Dovremmo tenerlo sempre a mente, quando scegliamo di non aiutare chi ha pochi mesi o anni in più .

Accogliere è adeguato. Ho pensato questo. Non c’è nulla di magnifico in un gesto adeguato.

Se lo si rende magnifico significa che si può scegliere.

E la gente, generalmente, sceglie di merda.

Comunque, detto questo, l’amica mia stava un po’ sotto un treno e parlava di battiti, malattie che fanno calare i battiti, ore passate lì, aiuti mancanti, monitor che magari a casa possono servire , saturimetri da comprare su Amazon…roba senza senso insomma.

E poi fra un pensiero triste e uno no, perché l’amica mia è comunque accorta, e il piacere degli occhi non lo scorda manco nel momento triste, vedendo passare il ginecologo mi fa ” oh, ma questo non è quello che…” ma io non la sento più .

Penso solo alla notte, alle braccia, al caschetto…(che poi non ha, ma la faccia si, e direi che gli donerebbe il caschetto ) …penso al mio cervello bastardo che mi ripropone chi vedo di giorno, o meglio, chi vedo ma non dovrei. E come ogni volta la scena va un po’ più lenta, non tantissimo, ma un pochino. Fai finta di vedere, giri la testa di lato, dissimuli l’imbarazzo , poi di che? Il sogno era il tuo…

ma va beh non si sa mai, l’amica tua pare un po’ perplessa . Come quando passa una roba bella.

Ci metti un attimo, anche se è un momento difficile.

Perturba.

E poi comunque prima o poi ti svegli.

Sindrome di stendhal e viaggi

A me la sindrome di Stendhal prende a sproposito e lontano dall’arte. O almeno mi colpisce all’improvviso davanti a ciò che non è considerato ufficialmente opera d’arte, ma forse lo è .

Mi succede in genere sulle navi. Quando parto o torno per un viaggio. Quando la commistione di umanità mi dà un senso di vertigine senza essere in aria. Quando il vento è forte sul ponte e il rumore del motore copre solo appena il ciabattare di bambini vicino e lo stridio un pó più lontano di qualche neonato. Le donne, alcune colorate, nell’abbigliamento, altre nere come la pece mi passano accanto, fra gli occhi che osservano di sbieco, arroganti, di mariti lontani dal mio mondo. Ma che nel mio mondo vengono attraverso il mio stesso mare. Uomini e bambini di una bellezza talvolta imbarazzante, perché inattesa. Che a me pare bestiale. L’odore del pudore si impossessa di me come un demonio, e mi copro per somigliare alle loro mogli che non vogliono essere guardate. Ho paura che mi odino un po’. E allora cerco su internet e apprendo che manco i piedi dovrei scoprire. Maledetta rete che ci avvicina e ci allontana.

E il vento mi fa scema, pure la birra a dire il vero, non dovrei berla. E manco fumare mi sa.

E c’è anche chi tante riflessioni mica le fa, vestita in giacchetta attillata e scarpe con tacco dodici floreali, incauta e incurante beve e fuma, truccata come Moira Orfei: non sembra temere nulla. Quasi non si accorge dell’abisso, fra lei e la famiglia dietro: tre bambini, madre della sua età forse, ma con meno denti, padre che potrebbe essere testimone di una campagna Versace, se abbandonasse i modi poco benevoli con cui sputazza pezzi di pizza mangiando, colpa di un educazione poco montessoriana. Bello è bello però, buono non so. E mi crollano le certezze.

Allora mi siedo con le spalle coperte, rivolte al muro, così controllo tutto. Sia mai che vogliamo tagliarmi la testa.

Ma in realtà non controllo niente, e la vertigine aumenta.

Perché quello che realmente mi atterrisce è la mia determinata presunzione di poter vivere tutti insieme, uguali e diversi, per citare una canzone, in questo mondo che del viaggio ha l’odore, i colori, la pulsione, l’intento, le aspettative, le delusioni,  lo sgomento … e potrei continuare all’infinito . Respiro forte il vento che sa di mare, come solo in barca succede. Un tizio tunisino si avvicina, la moglie intelata tre metri indietro e le bambine, tutte femmine, peggio per lui e per loro penso, giocano con un cucciolo di cane. Lui lo bacia, lo accarezza, sorride alle figlie, ci parla in francese. Dice che la mattina gli dà latte e biscotti, non capisco se alle figlie o anche al cane. E nello scambio di abitudini di vita mi sembra che la vertigine diminuisca, mi sembra che siamo davvero uguali e diversi.

E quando attraverso la zona bar gli occhi di tutti, prima ostili, diventano placidi e indifferenti, non fanno più paura. Magari è solo merito della birra. Penso che dietro ci sono persone, con una vita, una mattina e una sera, una famiglia, un cane, un costume. Un uomo sorride a sua moglie e le fa una carezza. Sembrano felici. Lo sono? Più o meno delle nostre coppie con meno drappi? Non lo so più. Ed è allora che il viaggio diventa vita, che la vertigine dell’ignoto si trasforma in aspettativa. Respiro ancora, la faccia rivolta a poppa, verso la scia e le spalle al mondo, buon viaggio a me.

E buona vita a noi tutti.

Di sogni a volte si muore

“Che tipo di New York c’è lì?”,

chiede  il giornalista.

E io rido, perché non c’è una sola New York.

Almeno per me.
Penso che il giornalista sia un coglione.

New York è la mia personale idea di possibilità.
Ma non quella della morte.

Quella no.
C’è uno spazio illimitato

fatto di strade ciclabili e fiume

aerei che sorvolano

elicotteri  che proteggono

e gente  che corre.
C’è un meraviglioso tramonto 

lungo l’Hudson.
C’è un percorso percorribile 

facile e felice.

Ci sono mille strade 

per una pedalata mai fatta

ma fattibile.

Sempre.

E poi c’è chi odia il sole

il tramonto anche se bello, bellissimo 

me, te e tutto il mondo.
Una  telefonata concitata di chi sa

che sei tornato

ma non abbandona 

l’idea  possibile

che tu sia morto.

Morto acciaccato

per sbaglio 

per vacanza

 per folle volontà.

Senza un perché.