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Adieu Facebook!

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La nostra vicina di appartamento qui in Sardegna è francese. E’ una signora bionda sulla cinquantina. Viaggia da sola. Tutte le sere si mette in veranda con un taccuino, e scrive. Si prepara uno spritz e scrive. Mi racconta anche in un italiano raffazzonato e improbabile le spiagge che ha visitato e le cose che ha mangiato. E’ sempre molto attenta ai   consigli che Mattia elargisce sulla Sardegna. Ogni sera mi ripropongo di invitarla a cena nella nostra parte di veranda, poi non lo faccio.

Racconto questo perché oggi, vuoi perché i compleanni mi mettono tristezza, vuoi perché a 37 anni mi sono svegliata più saggia, ho capito una cosa. Che non si può essere social sul network a metà. Soprattutto se si è non social nella realtà. Perché prima o poi qualcuno o qualcosa ti ricorderà che non c’è privacy nemmeno con cento restrizioni e che i rapporti umani sono già tanto complessi nella realtà vera, figuriamoci in quella virtuale.

Non voglio più scaricare programmi per filtri fotografici perché i colori così siano più belli, ma non reali; non voglio più arrovellarmi il cervello chiedendomi chi scrive cosa e con quale intento; e non voglio neanche più impicciarmi di come passa le vacanze qualcuno e con chi, o peggio, farne argomento di conversazione.

Non voglio più essere social, ecco.

Da domani comprerò un taccuino e a fine giornata forse ci scriverò qualcosa, come si faceva da bambini con i diari. Comincerò a fare foto con colori veri con la mia macchina fotografica e le appenderò sulla bacheca di casa. E se avrò voglia di parlare con qualcuno parlerò con il marito, l’amico, l’amica, i vicini di ombrellone o di stanza. E con chiunque abbia voglia di ascoltarmi.

Comincio invitando a cena la signora francese.

Concludo dicendo che se funziona come per le sigarette, la terza volta è quella buona.

Ciao Facebook.

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Serenase e spritz, analcolico

La mia amica di infanzia parla lenta, ma la riconosco lo stesso. Il naso corto, una piccola gobbetta e la fascia in testa, come venti anni fa.

Beve uno spritz, senza alcol dice, perché ha già preso una birra e allora è meglio così: per via delle medicine.

Perché con il serenase mica va tanto bene.

La mia amica di infanzia è diventata matta, mezza o tutta, non lo so. Era in gamba, studiava recitazione. Ora non recita più mi sa, con le mani impastate e la voce lenta.

Mi racconta del figlio, dell’uomo sbagliato, del tuffo in mare per salvare suo figlio, dei manicomi di oggi, messi negli scantinati degli ospedali. Dimenticati.

Mio marito dice che ci si parla bene, perché delicata e tenera, come la ricordo.

Ma con sette psicofarmaci in più.

Pensavo fosse felice.

No. Non è vero. Ignoravo che esistesse ancora.

Non ricordavo di ricordarla .

Ora si.

Ricordo tutto di allora. E penso che la felicità dovrebbe essere un diritto. Come le cure mediche, ma solo quelle che guariscono.

E la tristezza dovrebbe essere bandita.

Bisognerebbe farle il funerale, alla tristezza. In una chiesa sperduta, su un monte, col paesaggio brullo e granitico, poca gente, un prete, meno empatico di me, che fa sermoni brevi ed efficaci.

Penso che chi è folle riesce ad entrarti nel cuore, all’improvviso, come la pazzia.

E ci resta un pó.

Il tempo di un ricordo, di una notte, di un’idea.

Ti abbraccia a lungo perché incanta, la follia, come le streghe che non vuoi incontrare.

Che banchettano lontano, nel bosco, ma ti sono vicino.

Vicinissimo.

La sfiori, la follia, ti emozioni.

E te na vai, perché i matti fanno paura.

E non lo sanno.

Sindrome di stendhal e viaggi

A me la sindrome di Stendhal prende a sproposito e lontano dall’arte. O almeno mi colpisce all’improvviso davanti a ciò che non è considerato ufficialmente opera d’arte, ma forse lo è .

Mi succede in genere sulle navi. Quando parto o torno per un viaggio. Quando la commistione di umanità mi dà un senso di vertigine senza essere in aria. Quando il vento è forte sul ponte e il rumore del motore copre solo appena il ciabattare di bambini vicino e lo stridio un pó più lontano di qualche neonato. Le donne, alcune colorate, nell’abbigliamento, altre nere come la pece mi passano accanto, fra gli occhi che osservano di sbieco, arroganti, di mariti lontani dal mio mondo. Ma che nel mio mondo vengono attraverso il mio stesso mare. Uomini e bambini di una bellezza talvolta imbarazzante, perché inattesa. Che a me pare bestiale. L’odore del pudore si impossessa di me come un demonio, e mi copro per somigliare alle loro mogli che non vogliono essere guardate. Ho paura che mi odino un po’. E allora cerco su internet e apprendo che manco i piedi dovrei scoprire. Maledetta rete che ci avvicina e ci allontana.

E il vento mi fa scema, pure la birra a dire il vero, non dovrei berla. E manco fumare mi sa.

E c’è anche chi tante riflessioni mica le fa, vestita in giacchetta attillata e scarpe con tacco dodici floreali, incauta e incurante beve e fuma, truccata come Moira Orfei: non sembra temere nulla. Quasi non si accorge dell’abisso, fra lei e la famiglia dietro: tre bambini, madre della sua età forse, ma con meno denti, padre che potrebbe essere testimone di una campagna Versace, se abbandonasse i modi poco benevoli con cui sputazza pezzi di pizza mangiando, colpa di un educazione poco montessoriana. Bello è bello però, buono non so. E mi crollano le certezze.

Allora mi siedo con le spalle coperte, rivolte al muro, così controllo tutto. Sia mai che vogliamo tagliarmi la testa.

Ma in realtà non controllo niente, e la vertigine aumenta.

Perché quello che realmente mi atterrisce è la mia determinata presunzione di poter vivere tutti insieme, uguali e diversi, per citare una canzone, in questo mondo che del viaggio ha l’odore, i colori, la pulsione, l’intento, le aspettative, le delusioni,  lo sgomento … e potrei continuare all’infinito . Respiro forte il vento che sa di mare, come solo in barca succede. Un tizio tunisino si avvicina, la moglie intelata tre metri indietro e le bambine, tutte femmine, peggio per lui e per loro penso, giocano con un cucciolo di cane. Lui lo bacia, lo accarezza, sorride alle figlie, ci parla in francese. Dice che la mattina gli dà latte e biscotti, non capisco se alle figlie o anche al cane. E nello scambio di abitudini di vita mi sembra che la vertigine diminuisca, mi sembra che siamo davvero uguali e diversi.

E quando attraverso la zona bar gli occhi di tutti, prima ostili, diventano placidi e indifferenti, non fanno più paura. Magari è solo merito della birra. Penso che dietro ci sono persone, con una vita, una mattina e una sera, una famiglia, un cane, un costume. Un uomo sorride a sua moglie e le fa una carezza. Sembrano felici. Lo sono? Più o meno delle nostre coppie con meno drappi? Non lo so più. Ed è allora che il viaggio diventa vita, che la vertigine dell’ignoto si trasforma in aspettativa. Respiro ancora, la faccia rivolta a poppa, verso la scia e le spalle al mondo, buon viaggio a me.

E buona vita a noi tutti.

Vite tronche e cemento

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Lo sgomento che coglie all’improvviso, come quando, sereno, sull’altalena senti la terra troppo lontana e il buco del vuoto si mette al posto del cuore.

Questo sento davanti alla vita tronca, troncata e tranciata, di chi semplicemente vive e lo fa nel mondo che l’uomo ha costruito, per se e per i propri figli.

Fisso questo fermoimmagine che tanto fa film, recensito dalla mente troppo audace perché impossibile, apocalittico.

E mi sento così piccola, più piccola della formica, che ignara, cammina fra miliardi di fili d’erba lì sotto.

Piccola e poco importante.

Meno importante del cemento precompresso che senza volere decide di cedere, e costringe a un volo mortale chi nel cielo ci cammina tutti i giorni, o magari non ci aveva camminato mai. A cento metri da terra, per lavoro, vacanza, caso.

Io non so come tutto questo sia possibile, come sia possibile non proteggersi da ciò che creiamo, come ci venga negata alla fine la scelta più ovvia.

E quando non capisco, semplicemente, io piango.

E scrivo.

Mutualismo e neve

Nevica a Perugia.

Il freddo si attacca in faccia e si fa strada, quando respiri, su per il naso.

Inali forte, e speri che il cuore pure si congeli un pò.

Invece il cuore non si congela. E i pensieri manco. Anzi la rabbia è più rabbia, il dolore è più dolore, l’amore, beh quello hai rinunciato da un pezzo a congelarlo.

Sto curando una cavalletta in questo inverno gelido. E’ entrata in casa due mesi fa. Fuori morirebbe. Si chiama Betta. Ho letto che se la tieni al caldo a volte supera l’inverno. Sverna.

La osservo nella sua teca improvvisata e mi dico che a modo suo è bella, la nutro, la fotografo. Ricevo anche molti like quando pubblico le sue foto postando  un pensiero a caso sugli insetti.

Ma a me le cavallette non piacciono. Hanno lunghe zampe, fanno salti imprevedibili e due enormi occhi fatti di tanti piccoli occhi. Un apparato visivo lontano dal nostro millenni di evoluzione. Mi chiedo se quando mi avvicino vede me o un mosaico di tante me scomposte.

Non mi piacciono le cavallette. Mi piace la curabilità.

L’ho messa in una teca, l’ho salvata dal gelo, si accontenta di piccole foglie di broccolo.

E non muore.

Sono un buon medico. Almeno fino a Maggio, quando morirà. Perchè il suo ciclo vitale sarà terminato. Mi compiaccio e rallegro anche pensando che quando la libererò godrà preziosi istanti di primavera. Grazie a me.

Betta mi serve. Il nostro è un mutualismo. Si chiama così in biologia.

Oggi una bambina svegliandosi dall’ anestesia con gli occhi sbarrati e senza più ciglia ha urlato: “DOVE SONO ? DOVE MI HAI PORTATO?”

E’ figlia di mio cugino. Ed è malata. Di una di quelle malattie tagliate a misura di bambino, perchè ne portano via un pezzetto per volta. La bellezza prima, la gioia poi , il sorriso dell’innocenza e infine i sogni, tutti insieme, in blocco.

E per quanto ci sforziamo di parlare delicatamente, di inventare storie fantastiche su astronavi e luci magiche, le sale  operatorie  sono  davvero il posto più lontano dal cuore di un bambino. Non si corre, non si gioca, non si ride nè piange, e quando si dorme non si respira neanche più, lo fa il respiratore.

Deve esserci nel mio cervello qualcosa che fa inceppare il pensiero razionale. Perchè io in scienza lo so che i bambini si ammalano e muoiono, alcuni muoiono senza neanche ammalarsi, ma in coscienza continuo a credere che non sia possibile. Forse è colpa di un neurotrasmettitore in meno o di un neurone specchio in più.

Tornando a casa ho respirato forte questo inverno e la sua aria gelida. Lastre di ghiaccio crocchiavano sotto i piedi, stalattiti di erba immobili mi fissavano. Ho sognato un paio di ali coriacee gelate e  il cuore fermo.

Come quello di una cavalletta in inverno.