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Api vasaie e vasi vuoti

Sono tornate le api vasaie.

Hanno fatto il consueto nido al confine fra una colonna e il soffitto. E visto che il nido è uno solo sarebbe più corretto dire che è tornata un’ape vasaia.

Col suo volo sgraziato, e la sua insindacabile rinuncia alla scelta gregaria. Qualcuno deve averglielo detto che qui c’è un posto adatto per fare un nido.

Asociale si, ma con conoscenze fidate.

Io la capisco e stimo l’ape vasaia.

In un bellissimo film la chiosa era “la felicità è niente se non condivisa”, credo lei non lo abbia visto. E questa è una buona cosa.

Lavoratrice indefessa, mite, e con buona memoria. Mi verrebbe da pensare che se si facesse una ristretta cerchia di amici, ma sbagliasse la cerchia, visto il limitato tempo a disposizione per riparare, due quattro mesi di vita, finirebbe per morire male e con rammarico.

Come una cavalletta che per sua natura sperimenta prima la solitudine e poi sceglie di farsi gregaria, segue le altre, emigra, e infatti muore.

Muore in compagnia. Ma come diceva De Andrè “quando si muore si muore soli”.

Ovunque e con chiunque .

Io la immagino bisbetica l’ape vasaia, come qualche collega molto diretto , fastidioso e poco amichevole .

Onesta ma antipatica.

Quel conoscente che se ci perdi tempo a parlare ti chiedi “ma dove sono finite le persone così?”.

Sono finite.

Spesso sono solo finite.

Come un buon thè nero quando guardi nella dispensa, e semplicemente, non ce n’è più .

Sono più complessa di un’ape, ma condivido con lei la diffidenza, e la inopportuna inconsapevolezza di essere esplicita.

E condivido con lei anche la coscienza della scelta a costruire, intenti e nidi, posti sicuri, fidate certezze. Avessi fatto il muratore di vita, il mattone non mi avrebbe deluso, con buona pace del bonus 110.

Le persone deludono, siamo mutevoli, del mattone incarniamo solo la ruvida durezza e delle api vasaie la tenacia insindacabile. Siamo talvolta un mix imperfetto di sentimenti, aspettative e necessità che impediscono la progressione, la costruzione e il volo.

Ci manca una mandibola forte che racconti e difenda una certezza e una tenace delicatezza che protegga quello che non deve andare distrutto.

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Adieu Facebook!

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La nostra vicina di appartamento qui in Sardegna è francese. E’ una signora bionda sulla cinquantina. Viaggia da sola. Tutte le sere si mette in veranda con un taccuino, e scrive. Si prepara uno spritz e scrive. Mi racconta anche in un italiano raffazzonato e improbabile le spiagge che ha visitato e le cose che ha mangiato. E’ sempre molto attenta ai   consigli che Mattia elargisce sulla Sardegna. Ogni sera mi ripropongo di invitarla a cena nella nostra parte di veranda, poi non lo faccio.

Racconto questo perché oggi, vuoi perché i compleanni mi mettono tristezza, vuoi perché a 37 anni mi sono svegliata più saggia, ho capito una cosa. Che non si può essere social sul network a metà. Soprattutto se si è non social nella realtà. Perché prima o poi qualcuno o qualcosa ti ricorderà che non c’è privacy nemmeno con cento restrizioni e che i rapporti umani sono già tanto complessi nella realtà vera, figuriamoci in quella virtuale.

Non voglio più scaricare programmi per filtri fotografici perché i colori così siano più belli, ma non reali; non voglio più arrovellarmi il cervello chiedendomi chi scrive cosa e con quale intento; e non voglio neanche più impicciarmi di come passa le vacanze qualcuno e con chi, o peggio, farne argomento di conversazione.

Non voglio più essere social, ecco.

Da domani comprerò un taccuino e a fine giornata forse ci scriverò qualcosa, come si faceva da bambini con i diari. Comincerò a fare foto con colori veri con la mia macchina fotografica e le appenderò sulla bacheca di casa. E se avrò voglia di parlare con qualcuno parlerò con il marito, l’amico, l’amica, i vicini di ombrellone o di stanza. E con chiunque abbia voglia di ascoltarmi.

Comincio invitando a cena la signora francese.

Concludo dicendo che se funziona come per le sigarette, la terza volta è quella buona.

Ciao Facebook.

Voce in segreteria

In un ipotetico discorso racconterei di essere molto grata alla scienza e alla tecnologia. Elencherei le motivazioni specifiche, incappando in diatribe infinite.

Capita che si racconti qualcosa fuori luogo, che entusiasmi noi e noi solo, che rattristi talvolta, o addolori, contravvenendo all’intento.

La tecnologia ha conservato per me una voce che saluta e chiede come stai.

Poco, ma abbastanza.

Il suono della voce è una delle possibilità di ricordo che si perde per prima, non rievocabile, nè riproducibile con l’immaginazione.

La voce è preziosa.

È ció che resta del reale che è stato e se ne è andato. Un insieme di armoniche uniche, potente come un profumo.

È un’idea, un luogo conosciuto, preciso, che conserva intatta la garanzia della certezza.

Cose apprese contemplando bambini durante un pomeriggio in piscina

Innanzitutto che i tedeschi ne fanno di più , almeno tre per cominciare. E che quando il figlo più piccolo compirà diciotto anni i genitori avranno più o meno la mia età attuale. Ma questo già lo sapevo. Banale e scontata conferma. Vederlo dal vivo però fa più sconcerto.

Ho osservato attentamente un gioco semi improvvisato, età: +8, numero giocatori: due, tipologia: strategia . Lo definirei così.

Il totem del gioco è un cilindro colorato, chi lo detiene deve proteggerlo. L’avversario cerca di impossessarsene. L’ambiente di gioco è la piscina: nuoto, salti a bomba , materassini zattera a forma di pizza su cui lanciarsi , bordi della piscina su cui correre scalzi e bagnati ( nessuna madre urlante per una possibile frattura cervicale, prendono l’ombra distese come mammiferi placidi).

Un bambino è molto abbronzato, biondissimo, ma abbronzato. Vince lui secondo me. Perché i tedeschi non sono mai abbronzati, se uno di otto anni lo è significa solo due cose: corre di continuo sotto il sole e ha un pessimo carattere che impedisce ai genitori di impomatarlo a dovere con quella coltre tipo ossido di zinco che si mettono i nordici.

Il secondo giocatore, che è già in evidente svantaggio, è di contro molto bianco.

Corse, schizzi, gesti dell’abbronzato con il totem in mano sbandierato ad altezza pube a mó di fallo, frasi in tedesco che se pure sconosciute credo di interpretare correttamente per una poliglottia improvvisata e mistica, e con sconcerto aggiungerei, vista l’età dei giocatori.

Lui Vince. L’altro si affanna, nuota di sponda in sponda sbeffeggiato , sbaglia strategia, non è incalzante. Verrebbe voglia di dare una spintarella in acqua all’abbronzato e farlo capitolare fra le braccia dell’avversario. A un certo punto il gioco si ribalta, ma dura poco. Biancone prende il totem. La sua vittoria però non se la gode. Perché ora che deve essere lui a dettare le regole, a deridere, improvvisare balletti di sberleffo, ammesso che ne sia capace, ma non credo, abbronzato infila le pantofole e pronuncia rigido qualcosa in tedesco. Che credo sia “non gioco più “.

Ecco ho capito questa cosa.

Che i veri stronzi sono così. Sin da bambini. Finché vincono ti sputano addosso la saliva delle loro risate di scherno, quando sono messi in discussione semplicemente non partecipano più. Negandoti il diritto di rivincita.

Ho ascoltato più volte la parola detta in faccia all’avversario da abbronzatone che si defilava sotto l’ombrellone con tutto il piglio dei suoi otto anni. Verlierer, verlierer. Detto forte senza urlare , come solo i tedeschi sanno fare.

Significa perdente ho scoperto. E mi è venuto da ridere, cioè lui, che ha finalmente perso, dà del perdente al vincitore. Che col totem in mano e lo sguardo triste vuole solo continuare a giocare.

So ist das leben. Già che c’ero ho cercato sul traduttore

-così è la vita- .

La signora che ci aiuta nelle faccende domestiche è molto capace e brava. Ma come ogni lavoratore può andare a velocità raddoppiata.

Come i vocali, quando sei stanco, annoiato, mentalmente assente, lei va al massimo, una Padre Pio ubiquitaria domestica, soprattutto se assente lo sei tu, fisicamente.

Fa due ore in una. Ma ti dice che ne ha fatte due. Miracolo.

Non è bugiarda. Lei crede di farne due. E io un po’ la capisco, il talento va premiato.

Non è questo ciò che mi diverte.

Mi diverte la me stessa, che si preoccupa assentandosi.

Mi preoccupo che non trovi il suo giusto compenso, nel cassetto, dove è stato riposto.

Che ne sa , che lo abbiamo messo lì? Non ci pensa, no?

Magari al termine del lavoro io non ci sono, sta brutto, dovevo darglielo oggi.

Allora torno indietro dalla mia assenza. Rientro, dopo pochi minuti dalla mancanza. Me la immagino in un certo modo.

Invece no. È china, con la testa in quel cassetto, le mani che ravanano.

La stanza è piena di tante altre veloci lei: una svuota il lavastoviglie, una stira, una passa lo straccio

E quella vera, vicino al cassetto, sorride.

Incredibili e infinite le potenzialità umane .

Colori

Vorrei mandarti una foto, ma prima ancora un abbraccio, che mi stringi forte e dici dove vai, vieni qua.

Un abbraccio come quando ero piccolina. Pensavo, come in una cartolina, alle immagini stampate , che i nostri amici inviano sempre per Natale, perfette .

“Penso e peso troppo nonna,

sono cresciuta ?”

“Non pesi niente, vieni qua.”

Ma se non è Natale si può fare lo stesso?

Questo gioco è di auguri, buona vita, penso di si.

L’abbraccio e il pensiero sarebbero stati la stessa, medesima cosa.

Peró attraverso la foto ti innamoreresti.

E io pure .

Affidiamo alla rete infinite possibilità di racconto, di essere, esistere per lo più.

E rimembrare, che conta assai.

So che sei qui, ci sei stata per meno, per una siepe piantata da poco e per un pavimento nuovo messo in posa.

Dice un professore di fisica che il tempo non esiste, e neanche la morte, tutto è permeato di vita.

Allora vivi,

l’imperativo non ti sarebbe piaciuto.

Ma io ti vedo, e questo ci colora infinitamente .

La casa dell’innamoramento

Dice l’immobiliarista che abbiamo incontrato oggi, di nuovo, che la scelta della casa è come l’innamoramento.

Lo ha detto pure l’altra volta.

Evidentemente la considera una frase a effetto.

La ripete a tutti. E poi con sguardo compiaciuto e sornione attende che le coppie facciano quella faccia fra l’interdetto e l’intelligente. La giusta via di mezzo di chi alla fine non capisce una cippa.

L’immobiliarista oggi, e sospetto nella vita in genere, odia le donne. Pure io a volte, quindi per sillogismo spiccio, odio l’immobiliarista. Che mi guarda ma non mi parla, dice solo a mio marito “dottore dottore , vede che meravigliosa gamma di possibilità questo lotto”. Il lotto è un greppo, pieno di rovi, esposto a nord, ma, attenzione, vicino alla casa di Novellino, lo dice guardando me. Io non so chi sia questo Novellino. Mi sento in colpa, sprovveduta me.

Scopro essere un calciatore, a me il calcio ha sempre fatto schifo. E poi aggiunge, se ci fa un muro di contenimento ci viene pure la piscina , e mi guarda ammiccando di nuovo.

Pure quella mi fa schifo.

Brutta storia la psicologia della vendita per questo signore.

E mentre un cane latra nel terreno sottostante , a pochi metri, di proprietà di una ridente società di taglialegna, che però il week end non lavora precisa lui, sullo sfondo vedo e soprattutto sento sfrecciare il rinfrancante traffico autostradale.

Con Assisi dietro, incorniciata.

Dice lui.

Fra il rumore della sega taglialegna, la sagoma minacciosa del cane e le auto che squarciano questo dipinto ameno assisano ho capito perché amo mio marito. Perchè placido e accorto non lo ha spinto giù per il greppo.

L’immobiliarista voleva farci innamorare di un greppo e vendercelo a caro prezzo , insieme a una casa fatiscente da abbattere e ricostruire. Effetti distopici sonoro-visivi di capitolato.

Alla fine me ne sono andata pensando che è un gran romantico burlone. Rime annesse e connesse.

Bonsai

La mia pianta bonsai ogni settimana mette nuovi getti.

Sono piccoli, verde nuovo.

Quei dettagli che esistono agli occhi solo se li cerchi .

Avanza inesorabile, indifferente al tutto.

Ha una base solida con cui me l’hanno venduta, e a discapito di essa pensavo si sarebbe infradiciata.

Ma sbagliavo.

Va da se e ce la fa.

Noi a volte no, abbiamo bisogno di conforto, di dibattere, scontrarci, stranirci e poi dormici su.

Per risolvere un problema.

Non gemmiamo, teniamo dentro le idee, lontane le soluzioni, esterniamo problemi e non troviamo la via del sole.

Mio figlio invece arriva lontano, prima con le aspettative e poi con le mani.

Dipendente e autonomo, che a volte fa spavento. Piccolo e indifeso, ma certo negli intenti.

Perdiamo la capacità adulta di raggiungere la felicità.

Che è necessaria, vicina , potente e capace anche di fiorire.

Oltre

Guardo a volte una foto in cui volgi gli occhi altrove.

L’ho scelta io.

La capacità di vedere oltre. Almeno l’oltre che era giusto per me.

Guardi al di là, della ripresa, della contingenza, o semplicemente del momento , perché questo sei stata, oltre a molto di più .

Non ti sarebbe piaciuta, la foto.

Ma quello che vedi ora probabilmente si.

Di tutte le cose che possono mancare, quando non sono più, sei la meno scontata.

Sei giornata di un sole all’improvviso, quando il meteo lo aveva rinnegato, e sei neve a fiocchi grandi, quando annoiata guardavo alla finestra.

L’aperitivo all’aperto per scongiurare la pandemia, risoluto e divertente .

Sei il tempo che passa e si porta appresso la voglia di dormire ma anche di ricordare, per non dimenticare.

Sei quella insana lotta di sopravvivenza in cui hanno la meglio i sogni , lucidi e non.

Sei parole che trasbordano da una riva all’altra i pensieri e i segreti custoditi .

Sei intimità, carezza e conforto,

andati oltre.

Hope

Spero conoscerai persone che ti toccheranno l’anima. Perché le sentirai affini, come un profumo, che non ti si spiccicherà più di dosso. Persone, sogni, aspettative, che quando dovrai fare scelte, ti faranno soffrire, perché l’idea di perdere ti metterà davanti a bivi dolorosi.

Spero avrai appreso per allora la capacità di trovare la cosa giusta per te, e per te solo. Immagino di poterti insegnare, oggi, l’arte, perché di questo si tratta, di districarsi, come quando si è annodati, fra sensazioni, ricordi e prospettive.

Ti voglio felice . Ma non lo sarai sempre, ne sono certa.

E per quando sarai triste voglio pensare di aver riposto nel tuo cuore un talismano di possibili possibilità che ti ricordi che siamo comunque liberi , e quando si è liberi si puó essere felici.

Tutta la restante felicità, raccontala, e vivila, sempre.

Ti chiedo giusto due cose

Un gatto e un cane mi ricordano che quando si parla non è mai a sproposito.

Sentono.

Elaborano, e a loro modo rispondono.

Con i neonati si parla più lentamente credendo di essere capiti meglio. Ma quando canticchi veloce una filastrocca ridono a crepapelle.

Sguardi e sorrisi diventano per tutti strade, anche quando le parole vengono meno.

Non è la velocità delle cose dette la chiave di volta. È l’intenzione, che ferisce oppure lenisce. Rapidamente, o in modo indolente e solenne.

L’intenzione che regala la felicità senza un perché.

E allora mi sono detta che posso parlarti. Ti chiedo giusto due cose, e risponderai a tuo modo.

Perché ti sento, e bisogna fidarsi delle emozioni.